Innamorata senza possibilità di errore dei tratti più vividi e tangibili dell’essere umano, Barbara Di Maio ha ridisegnato la percezione che il pubblico mainstream ha avuto della fotografia lungo il nostro percorso evolutivo. Intrisa brillantemente di dramma e romanticismo, ossessionata senza tregua dal disagio e dalla resurrezione, Di Maio ha arricchito ed esteso il significato della fotografia fino a una profondità psicologica che pochi altri sono riusciti anche solo a immaginare. Una ricerca di redenzione, una fame onnivora di assorbire e sezionare tutto ciò che si trova davanti all’obiettivo: a Barbara Di Maio è stato concesso un dono inquietante, quello di rivelare il soggetto e le sue paure più intime, a loro stessi ignote. Apparentemente calata in un’atmosfera pasoliniana, Barbara racchiude la pulsione religiosa insieme alla tradizione ancestrale del suo sud Italia natale; come una ferita che sanguina e non guarisce mai, così è l’intensità della ricerca e della soddisfazione che desidera ardentemente presentare nei suoi ritratti, diffondendo sempre un senso di analisi incompiuta, dove l’equilibrio armonioso di luci e proporzioni potrebbe essere, nella migliore delle ipotesi, il raffinato risultato di qualcosa di costruito o generato dall’intelligenza artificiale. Gli occhi di Di Maio sono inquisitori velenosi capaci di estorcere la debolezza e il desiderio a cui chiunque si aggrappa; forse nessuno è davvero al sicuro dalla sua macchina fotografica, che come una seduta di psicoterapia rende il soggetto capace di dichiarare la propria animosità, la propria ambiguità verso ciò che lo circonda. Un’introspezione cruda nata dalla sofferenza e dalla speranza, la sua fotografia è un fattore di potenza che si affievolisce per poi trasformarsi in una profondità che consola, non appena raggiunge gli occhi di chi guarda. Il corpus di opere di Barbara spazia dalla sacralità delle tradizioni italiane fino alla scena più contemporanea e frivola di una Napoli gioiosa e ruvida; attraverso un ventaglio di soggetti così diversificato, resta ferma e cruda nel rubare le vibrazioni e gli echi che trasudano dagli individui. Cieli diversi, luci distorte, volti mai visti prima, eppure Di Maio riesce ancora a illuminarci, a portarci oltre la materia, segnalando la presenza di un filo energetico a cui tutte le anime restano attaccate, ciascuna a una lunghezza e con una forza diversa. Le sue opere sono un invito all’umanità, ad abbracciare le sue imperfezioni più informi, suscitando un inatteso senso di appartenenza che avevamo perduto da tempo. Nelle mani di Di Maio non c’è spazio per la mediocrità su misura di cui sono intrisi gli standard di bellezza moderni. Rughe, luci e ombre, alleate scoraggiate dal tempo: Barbara intonaca la nostra realtà con un senso indomito di magia e immortalità, ci ritroviamo seduti all’infanzia dell’umanità, la fotografia non è mai apparsa così potentemente terapeutica e benedetta, la perdita non si trasforma in frustrazione ma, anzi, in un nuovo indizio per una risurrezione radiosa pronta ad arrivare.

Oltre questa inguaribile frenesia di appartenere al sogno napoletano, questa oleografica e perenne carrellata di audacia e sentimento dispersi fra la magia perenne dei suoi vicoli, cosa altro si può portare via da Napoli? In quale altro modo possiamo sequestrare vibrazioni ed impressioni che rinnovino l’unicità globale di questa meta, passando per forme e riti ancora privati e sconosciuti ai più? Forse nel nome appositamente si voleva celare l’intento di cristallizzare un tempo in divenire e di farlo sovvertendo le regole del dinner teatrale e di tutta la scenografia che lo narra. La gravitas della sua storia millenaria, la scanzonata attitudine partenopea, i richiami aulici della Serao, la provvidenziale autorevolezza del santo patrono: lava_slow_living (@lava_slow_living) si è assolutamente spinta ad oltranza in un immaginario sensoriale accuratamente cesellato a mano per le sue cene spettacolo ed eventi di lusso su misura, assorbendo le sensazioni e i riti più nascosti della città di Napoli e riproponendoli alla luce di una autentica allucinazione collettiva che trova in Napoli palcoscenico ineguagliabile di quella catarsi che solo eventi del genere suscitano in coloro che vi partecipano. Invece lava_slow_living, a metà fra celebrazione canonica e momento introspettivo, inaugura un filone innovativo nella scenografia ed organizzazione di cene spettacolo, rivalutando con predominio e profondità il senso stesso dell’evento, inteso non come occasione ma come una vera ritualità nel corso della quale il brio, l’euforia ed il sogno si accalcano confusi per venire poi allineati dall’abilità esecutiva e sognatrice di questa boutique agency partenopea che in breve tempo ha creato un suo codice visivo distinguibile ed altamente calibrato ad personam. È la primavera della città, un vistoso rinascimento ha abbracciato Napoli senza dover inventare nulla, ma solo insistendo e riscoprendo millenni di bellezza e di tradizione messi a dormire nei secoli; inerzia, pressappochismo e una certa superficialità narrativa sono stati sradicati da un modo metafisico di introdurre il visitatore nel turbinio della bolgia napoletana: una fragorosa tormenta di istinti che nella città trovano un loro provvidenziale ordine funzionale. Un taglio quasi metafisico ed introspettivo ha avvolto tutto ciò che ad oggi da Napoli deriva, anche il modo di fare eventi. lava_slow_living è viscerale nel suo raccontarsi, in un uso misurato del potere iconico di Napoli senza strizzare troppo l’occhio a corredi visivi ormai abusati e desueti, lava_slow_living vibra dall’interno e porta l’invitato in un non-luogo partenopeo. La riscoperta di un nuovo modo di concepire gli eventi, una promessa di memorabile e sentito divertimento all’ombra di scenografie latenti, incisive senza bisogno di strilli e di consenso facile. Un invito alla bellezza, al potere della risalita, al valore del discreto e del fatto ad arte, perché se baby showers sono divenuti emblemi imperituri di cafonaggine digitalizzata che sembra piacere a tutti, ci soccorre lava_slow_living nel ricordarci che la non accessibilità è più di una limitazione, talvolta è un invito diretto a fare meglio e ad essere meglio in tutto ciò che si è. A giudicare dal loro ultimo lavoro mi viene da fantasticare e sono certo che se Kubric avesse organizzato una cena a Napoli, l’avrebbe fatta proprio come lava_slow_living.

L’estetica contemporanea globale deve molto alla comunità gay. Ma se si è smarrito il potere del bello e della sua lo si deve solo ai froci, la controfigura dei gay. Benito analizza questo contrasto profondo nell’espressione dell’arte moderna.

Resurrectio, la resurrezione, la vibrazione delle acque, due anime che si intrecciano e fioriscono in un solo anelito di luce dove rosa di Taif, Sandalo si inframezzano a sprazzi di Zafferano e Pepe Rosa. Un flacone in vetro temperato color Tanzanite con base in marmo rosa della Zimbawe e chiuso da una capsula in oro provvista di dosatore a gocce per questo elisir concentrato prodotto direttamente a Grasse patria francese della profumeria di lusso. L’acqua, la rinascita, la resurrezione, l’idea della fonte battesimale e delle vibrazioni del blu del flacone: la vita e la storia si fondono, annullano i confini e le divergenze e si perdono nel clamore olfattivo di una potenza inimmaginabile, il blu del vetro ed il fuoco di questa combinazione, inusuale, ribelle e totalizzante.

L’olfatto, il senso che più degli altri riesce a mantenersi autentico ed inalterato, è stato analizzato con cura, abbinando alle memorie olfattive della sposa saudita il dinamismo dello sposo emiratino. Rosa e Zafferano, Pepe e sandalo, marmo rosa e cristallo: la narrazione di una storia d’amore che si tramuta in sensorialità irreplicabile e duratura, custodita in una scatola di palissandro ed immersa in 10 chili di petali di rose inglesi bianche stabilizzate. L’eternità del vero amore ha un odore. Questa fragranza su misura ed il suo packaging sono stati elaborati da Davdesain.

Questo seduta è emblema di solitudine e di come delle volte si debba per forza correre nella follia per sentire meno dolore. Un divano che ha mandato DAVDESAIN sulla luna in cerca di pace che non è mai arrivata. E quindi che la mente si attrezza, si lancia orbitando su un mondo in festa in cerca di quella microscopica scintilla d’amore andata perduta nel cuore di una tempesta inattesa dove ogni cosa ricordava l’amato che ormai era assenza ed angoscia.

Allora siamo scappati sulla luna, in uno scenario apocalittico in cerca di questo amore che nemmeno lì sembrava dimorare e mentre attendavamo che le stelle ci indicassero la strada appare lui, il divano “while I wait and I cannot stay”. Una seduta biposto adorna di acuminati elementi di metallo lucente ai bordi, un frammento di navicella che non ha retto all’impatto del cuore; il metallo per segnalare la compattezza del dolore quando ci cade addosso, una forma che seppure sinuosa resta appuntita e perenne come i pensieri che non sanno scappare da questa disperazione: è anche un dolore che poi si cristallizza e risplende fra due sedute in vitello nero martellato dove l’allerta del giallo ci richiama all’elettricità del raziocinio. In questo folle pellegrinaggio lunare, si affaccia alla mente il secondo componente del dittico, la panchina “pupo01”.

Pelle cognac e minuteria color oro, anche questo per attendere un perdono, una luce ed una consolazione che si sono perse nello spazio ma che Davdesain ha voluto immaginare vive ed atterrate in un mondo che non troveremo mai. Lo stridore del metallo come simbolo del dolore universale e la necessità della vicinanza, della pelle: forse davvero questo divano ha lenito le ferite di chi si è perso? Dedicato a chi aspetta qualcosa che può trovare solo sulla Luna.

Famelici, guardinghi, coronati di reverenziale timore, imbrattati da più di 10 texture all’unisono; un andirivieni intenso di fibre sconquassate, schegge, tralicci amorfi, elementi che nella loro archetipica tendenza a contrastarsi ed annientarsi, riemergono dalle mani dello scultore Antonio Massarutto come frammenti tangibili di una dimensione naturale onirica e fuori controllo. Una manualità quasi alchemica senza paragoni, sulla scena scultorea contemporanea; un lavoro di tormentata precisione, capace di infondere vibrazioni biomeccaniche a questo cumulo di tendini plastici, volute vegetali e volumi ossei, che come una maledizione, si impossessano di un vuoto e lo ripopolano nella più inattesa delle evoluzioni.

Sono sculture di dimensioni notevoli, cesellate ed ineffabili nei minimi dettagli, capaci di ispirare profondità attraverso la loro policromia materica: Massarutto ci regala un bosco apocalittico ed incantato. Massarutto rispetta la natura e la duplica, la triplica, ne ruba l’intento creatore e lo appesantisce di tutto il delirio umano con esseri che sembrano usciti da qualche inedita novella gotica, concepita sotto barbiturici.

Barbagianni, cinghiali, cornacchie ed altre creature fatate ci osservano, si pongono con prepotenza dinanzi allo sguardo tremolante; perché laddove replicare forme naturali sia stato ampiamente esplorato come ambito artistico, con Massarutto veleggiamo in un futurismo naturista, dove non resteranno altro che scarti e sussurri di un universo estinto ma che, grazie ad un back-up operato con inarrivabile entusiasmo tecnico, finirà col farci sentire meno colpevoli e prepotentemente più creatori. In homine, Deus.

Intrappolato in un crescendo di tensione fisica e consapevolezza meccanica, l’odierno essere vivente mai come in nessun altro momento storico ha fatto della sua relazione col tempo un elemento di massima definizione esistenziale, estetica ed emotiva. Un tempo carico di ossessione e di fragilità, un continuo oscillare fra l’incertezza del futuro e la gloria di un passato ormai scomparso. Esattamente qui, in questo complesso divenire comincia a creare Sly, artista scultore belga che con maestria irripetibile è riuscito ad elevare l’alta orologeria a nuova scultura contemporanea, in un’alchimia di estro, poesia e follia che sembra aver estratto dal cilindro del cappellaio matto le sue creazioni.

Le sue appaiono come sinuose evoluzioni metalliche, luminose ed intricate dietro le quali si celano vascelli, armature ed altre incredibili sagome, ognuna cesellata con singolare maestria in procinto di prendere vita da un momento all’altro. Gioielli, quadranti, corone, tutto si combina in un modo diabolicamente armonioso al fine di fornirci un significato ulteriore e ancora più elevato non del tempo ma delle forme in cui ambiamo a cristallizzare il suo trascorrere. È un senso perenne di ricerca e di sacrificio, di centellinata passione che vince senza mezzi termini la più raffinata e potente macchina in termini di creatività, manualità e bellezza.

L’uomo torna ad essere creatore, attinge dal mondo e reinterpreta usando materie e significati inesplorati per dar vita ad un contributo di rara bellezza. Sly esalta la dimensione scultorea, si arresta a metà fra saldatore celestiale, tecnico perfetto e creativo indomito per raccontarci un’idea di meta-tempo, libero dalla piccolezza del mediocre e dai tormenti del caos da cui, specie in questo esatto momento storico, pare originarsi un’inaspettata ventata di coraggio e di sfida. Le sculture di orologeria di Sly ci incantano, ci allertano e ci richiamano a meditare su chi sia oggi il creatore, per quale centralità combattere ed in quale memoria restare: Sly è la prova tangibile che progresso, evoluzione e tecnologia arriveranno sempre secondi nell’atto creativo perché forse il vero messaggio dietro la sua scultura è esattamente quello, ritrovare quel che di perdutamente divino che nel tempo abbiamo ritrovato e che nel tempo stesso stiamo perdendo poco a poco.

Resiste un qualcosa al decadimento creativo odierno, al tecnicismo inossidabile che l’occhio sorbisce e rielabora ad ogni suo tragitto; resta qualcosa che sa ancora sconfinare nei limiti dell’emozionalità più incontaminata, invitandoci da un punto di vista della psicologia percettiva, a mantenere nitida la visione fanciullesca con cui osservare il mondo. Fra la vastissima selezione di dosi con cui ci viene venduta ogni sorta di dolore, si fa strada una narrazione visiva inusuale che ha nel suo approccio dismesso, il potere di commuovere e curare. Le illustrazioni di Benito Fiola (@benito.illustrator) nella loro estatica naturalezza, riescono a ripristinare un senso di infantile meraviglia agli occhi dell’osservatore.

Illustrazioni di un sottobosco di creature malinconiche, sognatrici, atemporali che ad ogni pennellata vanno incarnando un dizionario sentimentale universalmente fruibile. La fragilità, il sogno, l’inerme necessità di esserci in tutta la propria splendente piccolezza rende le illustrazioni ad acquerelli di Benito un simbolo che va oltre la figura; le sue creazioni appaiono come monito a ricalibrare il senso del misurato e dello splendente che è capace di esistere in ogni declinazione dell’essere; lontano dalle roboanti celebrazioni digitali di una maestosità nulla, ereditata, immotivata e spesso mistificata. Ammirare le sue illustrazioni è terapia per lo spirito, contro l’eccesso degli stimoli negativi, è distruzione di quei codici comportamentali basati sulla fretta, l’aggressività, l’onnipresente egocentrismo visivo di cui soffriamo e a cui vogliamo allinearci sempre di più, annullando ogni ipotetico messaggio, a patto che lo stesso sappia rinnovarsi identico nel suo vuoto.

Le illustrazioni possono guarire? Sì. Il neurodesign ha il dovere di istruire l’osservatore sui pericoli in cui l’occhio incorre nel setacciare insiemi di linee e colori privi di significati. La dimensione del discreto, del bastarsi, di resistere silenti e pazienti dinanzi ai sobbalzi, sono la promessa che Benito riesce a mantenere; ritrattistica che, al pari delle illustrazioni fatte tutte interamente a mano, ridona autorità alla capacità esclusivamente umana, di porre in ciò che si crea più di una risposta in volumi e tonalità, bensì un ardente sottoinsieme di stimoli da proteggere per ogni osservatore, da mano universalmente umana ad occhio umanamente universale.

A differenza della narrativa religiosa odierna, dove alla stucchevole bellezza si susseguono marcata mediocrità ed una ripetitività di forme ormai svuotate di significato, l’artista Kobi sceglie di raccontare la fede e la figura di Cristo con un linguaggio pittorico crudo, materico, capace di restituire tutto il peso drammatico della crocifissione e, al contempo, la speranza della resurrezione. Le sue tele, dense di colore e di gesto, non cercano la consolazione facile ma la verità dell’esperienza umana nel dolore, nella caduta e nella possibilità di rialzarsi.

Kobi dipinge un Cristo che è insieme apocalisse e promessa, macerie e rinascita, restituendo alla pittura religiosa contemporanea una forza visiva che raramente si trova nelle rappresentazioni convenzionali. Rivitalizzare la dimensione umana partendo da Gesù, il più alto gesto rivoluzionario, credere che l’umano abbia ancora una chance di rinascita.

Davdesain è stata incaricata di progettare un regalo di nozze fuori dal comune per un cliente cinese. Il destinatario era un uomo potente e affermato, di umili origini, minuto nella statura. Primogenito di nove fratelli, il futuro sposo era stato fin da bambino il motore della propria famiglia, caratterizzato da un rigore, una disciplina e uno sforzo che lo hanno reso l’imprenditore influente che è oggi.

Il concept doveva rappresentare un potere inatteso e sorprendente, concentrato in un segmento di materia compressa dall’impatto visivo imprevedibile. Il Laocoonte dei Musei Vaticani, finemente scolpito con tecnica a getto d’acqua in marmo calacatta oro, è sormontato da una piattaforma ovoidale in cristallo temperato nero. Portando in silenzio il peso della vita con maestosità e discrezione, Davdesain ha progettato un tavolo su misura per celebrare il senso di famiglia che ha guidato tutta l’esistenza di quest’uomo.

Come il Laocoonte, egli resta immobile, prodigioso ed inarrestabile di fronte agli sconvolgimenti e alle difficoltà della vita, senza mai cedere. Il messaggio di protezione arriva limpido come il cristallo, scolpito su una lastra di cristallo di rocca alla base del piedistallo in marmo. “L’amore è una scala sulla quale gli dei scendono fino a noi e noi ci innalziamo fino a loro.”